Nel percorso di questa rubrica abbiamo visto gli scacchi trasformarsi in crescita personale, conflitto interiore, struttura narrativa, metafora del potere e persino strumento per smascherare l’inganno. Con Lewis Carroll, autore già incontrato all’inizio di questo viaggio, torniamo invece a una dimensione che sembra più leggera solo in apparenza, ma che in realtà racchiude una delle intuizioni più raffinate dell’intero rapporto tra letteratura e scacchi: il gioco come forma di pensiero.
Se Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò rappresenta la testimonianza più celebre del legame tra Carroll e la scacchiera, vale la pena osservare più da vicino la natura di questo legame, perché ciò che emerge non è soltanto un espediente narrativo, ma una vera e propria struttura concettuale. L’intero romanzo è costruito come una partita a scacchi, ma allo stesso tempo sembra suggerire che la realtà stessa possa essere letta come una successione di mosse all’interno di un sistema di regole.
Charles Lutwidge Dodgson, questo il vero nome di Lewis Carroll, era infatti un matematico oltre che uno scrittore. Professore a Oxford, era profondamente affascinato dalla logica, dai paradossi e da tutto ciò che permetteva di esplorare il confine tra rigore e immaginazione. Gli scacchi, in questo senso, rappresentavano un terreno ideale: un sistema perfettamente regolato che, proprio grazie alle sue regole, apre a una quantità quasi infinita di possibilità.
Nel mondo di Alice, questa idea prende forma narrativa. Non è soltanto il fatto che i personaggi corrispondano a pezzi degli scacchi, né che il viaggio della protagonista segua un percorso prestabilito sulla scacchiera. Il punto più interessante è che il lettore viene continuamente portato a interrogarsi su ciò che è reale e ciò che è gioco, su ciò che appartiene alla logica e ciò che appartiene all’immaginazione.
Alice stessa, muovendosi attraverso questo universo, non si limita a “giocare” una partita: la attraversa senza mai possederne completamente le regole, come se fosse allo stesso tempo pedone e osservatrice del gioco. Questa doppia posizione è uno degli elementi più affascinanti dell’opera e contribuisce a darle quella sensazione di equilibrio instabile che la caratterizza.
Gli scacchi, del resto, sono un gioco particolare proprio perché richiedono la piena accettazione di un sistema di regole per poter generare libertà. Senza regole non esiste partita, ma senza possibilità di scelta non esiste gioco. Carroll sembra aver colto perfettamente questa tensione, costruendo un mondo in cui ogni elemento è vincolato da una struttura precisa e, allo stesso tempo, aperto all’assurdo, al paradosso e all’imprevisto.
In questa prospettiva, Attraverso lo specchio può essere letto non solo come una storia che utilizza gli scacchi, ma come una riflessione sugli scacchi stessi. Il gioco diventa un modello del pensiero umano, un modo per esplorare il rapporto tra ordine e immaginazione, tra necessità e libertà.
È significativo che Carroll non presenti mai la scacchiera come un luogo rigido o freddo. Al contrario, il suo mondo è popolato da personaggi eccentrici, dialoghi apparentemente illogici e situazioni che sfidano continuamente la comprensione del lettore. Eppure, sotto questa superficie caotica, esiste una struttura precisa, proprio come in una partita ben giocata in cui ogni mossa, anche la più inattesa, trova il suo posto all’interno di un disegno complessivo.
Questa duplicità è ciò che rende l’opera così vicina alla sensibilità degli scacchisti. Chi gioca sa bene che una posizione può apparire confusa o caotica, ma che in realtà obbedisce sempre a una logica sottostante. Allo stesso modo, il mondo di Alice può sembrare privo di regole, ma è in realtà costruito con una precisione quasi matematica.
Non sorprende, quindi, che Carroll abbia scelto proprio gli scacchi come struttura del suo romanzo più “maturo”. Rispetto al primo Alice nel Paese delle Meraviglie, qui la dimensione del gioco si fa più esplicita e consapevole, quasi a voler suggerire che la crescita della protagonista coincida con una maggiore comprensione del sistema in cui si muove.
Alice, avanzando come pedone, non solo attraversa il mondo dello specchio, ma impara gradualmente a riconoscere la logica che lo governa. È un percorso che richiama da vicino l’esperienza di chi si avvicina agli scacchi: inizialmente le regole sembrano arbitrarie, le posizioni incomprensibili, le possibilità infinite e disordinate. Solo con il tempo si comincia a vedere emergere una struttura, una grammatica del gioco che rende leggibile ciò che prima appariva confuso.
Forse è proprio questa la ragione per cui il romanzo continua a essere letto e studiato anche da chi non si occupa direttamente di scacchi. Perché, al di là della trama e dei personaggi, racconta qualcosa di più universale: il modo in cui l’essere umano cerca di dare forma al caos attraverso regole, schemi e significati.
In questo senso, Lewis Carroll non utilizza semplicemente gli scacchi come metafora, ma li trasforma in un linguaggio. Un linguaggio che permette di raccontare la crescita, la trasformazione e la scoperta, ma anche la complessità del pensiero e la sua continua oscillazione tra logica e immaginazione.
E forse è proprio qui che si chiude, idealmente, il cerchio aperto da Scacchi tra le righe: nell’idea che la letteratura e gli scacchi condividano qualcosa di profondo, cioè la capacità di costruire mondi a partire da regole semplici, e di trasformare quelle regole in infinite possibilità.
Proprio come una partita che non è mai uguale a un’altra. E proprio come una storia che continua a cambiare ogni volta che viene letta.