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a cura di Antonella Prudente

«Chi sono io per l’altro? E chi divento quando incontro l’altro?»
È una domanda che arriva come una mossa improvvisa sulla scacchiera. Non è una domanda accademica, non chiede una definizione da ripetere, non cerca una risposta costruita a tavolino. È una domanda che mette in gioco la persona: quando diciamo chi è l’altro, in realtà stiamo dicendo qualcosa anche di noi, perché la nostra idea dell’altro rivela le nostre attese, le nostre paure, i nostri desideri.

Forse non c’è immagine migliore degli scacchi per raccontare questo cammino.
Su una scacchiera nessuno gioca da solo. Si possono conoscere perfettamente le regole, sapere come si muovono i pezzi, studiare aperture e strategie, ma la partita vera comincia quando davanti a noi c’è un altro. L’altro muove e la sua mossa cambia la nostra posizione. Ci obbliga a ripensare la strategia, a riconsiderare ciò che avevamo dato per certo, a riconoscere che una possibilità che non avevamo previsto può improvvisamente diventare decisiva. È la vita che funziona così. Possiamo costruire immagini molto precise di noi stessi: «Io sono fatto così», «Io credo questo», «Io non farò mai quello». Poi arriva una persona, una relazione, una crisi, una parola, un incontro, e qualcosa si muove.

La scacchiera cambia e l’altro non è semplicemente colui che sta di fronte a me, è colui che mi permette di scoprire ciò che non avevo ancora visto di me stesso, l’altro come specchio dell’io. Per capire chi siamo abbiamo bisogno di qualcuno che non sia noi.

È una delle grandi contraddizioni dell’identità: per conoscere il proprio «io» bisogna incontrare un «tu».

L’altro riflette ciò che siamo, ma anche ciò che ancora non sappiamo di essere. Rompe il nostro piccolo assoluto e ci costringe a uscire dall’idea di essere il centro. E questo può fare paura, perché l’alterità mette in crisi le nostre certezze. Ma proprio per questo può diventare una possibilità di crescita. È il passaggio dalle parole alla relazione: una persona non si comprende attraverso una formula, bensì vivendo con lei, ascoltandola, confrontandosi con lei.

Gli scacchi, in questo senso, sono una straordinaria scuola di alterità. L’avversario non è un ostacolo accidentale: è necessario alla partita, senza l’altro non esiste il gioco.

Non è casuale che proprio gli scacchi abbiano trovato in Irpinia un terreno così fertile.
Il movimento scacchistico della provincia di Avellino è cresciuto intorno ad associazioni, scuole, tornei e iniziative capaci di trasformare la scacchiera in uno spazio di formazione, incontro e comunità. Tra queste, l’ASD Circolo Scacchistico di Montella e l’ASD Avellino Scacchi, hanno contribuito alla promozione dell’attività scacchistica giovanile e agonistica sul territorio.

Questo 2026 è stato un anno importante per gli incontri e per la qualità degli incontri: la fase provinciale del Trofeo Scacchi Scuola ha coinvolto numerose scuole della provincia, con appuntamenti a Montella e Calitri.

A Montella, nella fase dedicata alle scuole primarie e secondarie di primo grado, sono stati circa cinquanta i giovani studenti coinvolti.

A Calitri, presso l’IISS Maffucci, la fase provinciale dedicata alle scuole superiori ha trasformato per un giorno l’istituto in una grande scacchiera fatta di concentrazione, strategia e confronto.

Il secondo Torneo Rapid SportDays 2026 ha portato in provincia giocatori provenienti da diverse realtà della Campania, in una competizione valida per la variazione del punteggio FIDE Rapid.

Anche il Grand Prix Irpinia Scacchi racconta una caratteristica importante di questo movimento: la scacchiera esce dalla sala e raggiunge i comuni, le piazze, i borghi, coinvolgendo comunità diverse del territorio.

È una bella metafora per le aree interne: la scacchiera non chiude, apre e porta le persone fuori dal proprio isolamento e le mette una di fronte all’altra.

Ma forse la storia più interessante è quella che nasce dal basso.

L’Irpinia scacchistica è cresciuta anche perché sono stati i ragazzi a chiedere, a proporre, a spingere gli adulti a fare un passo ulteriore. Ad Avellino sono state avviate attività giovanili anche guardando a esperienze che sul territorio stavano dimostrando quanto gli scacchi potessero funzionare come strumento di aggregazione. In Valle Caudina è nata una nuova realtà proprio dalla consapevolezza che l’aggregazione fosse necessaria.

E a Montella la storia dell’associazione ha qualcosa di emblematico: un ragazzino voleva giocare a scacchi. Ha iniziato lui, poi ha coinvolto altri ragazzi. Da quella passione è nata una comunità e, successivamente, una vera associazione. È una dinamica preziosa, soprattutto nelle aree interne. Non sempre sono le grandi strutture a generare il cambiamento. A volte il cambiamento comincia da un bisogno piccolo e concreto: un ragazzo che vuole giocare a scacchi. Poi quel bisogno diventa incontro, l’incontro diventa gruppo e il gruppo diventa organizzazione e l’organizzazione genera nuove opportunità.

Nasce così una forma concreta di empowerment giovanile, dove i ragazzi non sono soltanto destinatari delle attività, ma diventano protagonisti in veste di giocatori, o di arbitri, o di istruttori, o di volontari e di organizzatori. La passione produce competenze, le competenze producono responsabilità, la responsabilità costruisce comunità e la comunità, lentamente, cambia il territorio. È forse questa una delle risposte più concrete alla questione delle aree interne: creare luoghi nei quali i giovani non siano costretti soltanto a partire, ma possano anche restare, incontrarsi, progettare e trasformare ciò che hanno intorno.

Oggi viviamo il crollo delle certezze, prima o poi arriva, per tutti, il momento in cui la scacchiera cambia. Ma la crisi non è necessariamente la fine di qualcosa, anzi può essere il momento nel quale un’identità troppo rigida viene liberata.

Qual è il mio modo di stare sulla scacchiera? Sono disposto a cambiare posizione? A riconoscere che la mia strategia non è infallibile? A lasciare che la mossa dell’altro modifichi il mio modo di guardare? È qui che l’esperienza degli scacchi diventa metafora dell’esistenza: l’altro può essere una ferita, ma può anche essere una porta. Ci costringe ad aprire spazi interiori che avremmo preferito lasciare chiusi. Ci obbliga a rivedere giudizi, convinzioni, abitudini. Per questo il confronto non è semplice tolleranza, ma è empatia e dialogo.

Qui nasce anche la democrazia, perché una comunità democratica non è quella nella quale tutti pensano allo stesso modo, ma quella nella quale persone diverse accettano di stare sulla stessa scacchiera senza cercare necessariamente di eliminarsi. Gli scacchi insegnano una cosa straordinaria: l’avversario è necessario alla partita. E forse anche nella vita dovremmo ricordarlo più spesso.

Emblematica è l’esperienza di Piero Caputo, giocatore legato alla realtà scacchistica di Montella. La partita di Piero è giocata tra identità, radici e sogni.

La sua storia comincia dalla famiglia. «Mi ha insegnato il gioco papà», raccontava in un’intervista pubblicata tempo fa sul sito dell’ASD Scacchi Montella. Il padre conosceva soltanto le mosse fondamentali; poi sono arrivate le prime lezioni dello zio, quindi lo studio individuale, qualche corso, l’allenamento.

Una storia apparentemente semplice, ma profondamente significativa. Perché anche gli scacchi, come le identità, si costruiscono attraverso gli incontri. Qualcuno ci insegna una prima mossa, qualcun altro ci mostra una strada e poi, arriva il momento nel quale dobbiamo continuare da soli, studiare, sbagliare, ricominciare. Piero ha continuato a giocare, ad allenarsi e a inseguire i propri obiettivi, ha realizzato il suo primo grande sogno, quello di diventare Candidato Maestro, senza cambiare la propria «apertura» di sempre.

C’è dentro una metafora potente: crescere senza perdere le proprie radici. Cambiare non significa necessariamente rinnegarsi. Si può diventare più forti senza smettere di essere se stessi. Si può imparare dall’altro senza perdere la propria identità. Si può attraversare una scacchiera diversa continuando a riconoscere il colore delle proprie origini.

E quando gli viene chiesto come presenterebbe gli scacchi a un ragazzo, la risposta è quasi una dichiarazione poetica: “è un gioco interessante, pieno di varianti, le partite sono quasi sempre diverse, perché non c’è un momento uguale a un altro. Vale la pena provare!” continua Piero.

Una nuova Irpinia, una nuova immagine di sé. Gli scacchi non risolvono da soli i problemi delle aree interne, ma possono creare ciò che spesso manca: occasioni di incontro, luoghi di appartenenza, responsabilità condivise, percorsi educativi e soprattutto possono insegnare ai giovani che il territorio nel quale vivono non è soltanto qualcosa da subire, può essere mosso, come un pezzo sulla scacchiera: una ragazza chiede di giocare, un ragazzo coinvolge un amico, un genitore accompagna il figlio, un istruttore insegna, un arbitro si forma, un volontario organizza, un’associazione nasce, un torneo arriva in un paese, una scuola apre le porte. Ogni gesto sembra piccolo, ma la somma delle mosse cambia la posizione di tutti. È così che una comunità cresce ed è così che una terra può riscoprire se stessa.

Alla fine, forse, la vera vittoria non consiste nel dimostrare di avere ragione ma nel lasciarsi trasformare dalla relazione, nel riconoscere che ogni incontro può cambiare la nostra posizione.

Gli scacchi ci ricordano che non possiamo controllare tutte le mosse, possiamo conoscere le regole, prepararci, studiare, avere una strategia…ma poi, arriva l’altro. E l’altro muove. Quella mossa può sorprenderci, metterci in difficoltà, costringerci a ricominciare, può persino farci perdere una partita, ma può anche farci scoprire una possibilità che non avevamo visto.

«Chi sono io per l’altro, e chi divento nell’incontro con l’altro?» La lezione più bella che arriva dalle scacchiere d’Irpinia è forse proprio questa: si possono raggiungere i propri sogni, si può costruire una nuova Irpinia e, nello stesso tempo, continuare a riscoprire se stessi, sempre e dovunque, attraversando il movimento di una storia.