Dal gioco online ai tornei dal vivo: pubblichiamo il contributo di Giuseppe Cesaro sul suo percorso scacchistico e sull’incontro con l’intelligenza artificiale.

“Sono stati proprio gli scacchi ad avvicinarmi all’intelligenza artificiale. Gioco su Chess.com da quando ho iniziato ad approntare Icaro, più o meno dal periodo del Covid. Lo faccio senza abbonamento Premium, e questo comporta alcune limitazioni, ma comunque mi fanno giocare.”

“All’inizio pensavo di affrontare giocatori reali, poi ho scoperto che molti sono avatar, anche se esistono tornei online veri e propri. Non ho trovato molta differenza rispetto a quando, da giovane, giocavo dal vivo: alterno partite di buon livello ad altre in cui sembro un dilettante.”

“Un tempo si studiava sui libri — almeno chi voleva gareggiare ad alti livelli. Oggi si impara direttamente da un coach digitale.”

“Ho imparato anche a giocare blitz e perfino bullet. Per questo, quando nel dicembre 2025, l’anno scorso, ho affrontato dei giovani in un torneo a Napoli, al Keet Beer in vico Medina, sono arrivato tra i primi: muovevo anch’io molto veloce. cosa in verità anche questa non nuova per me. Una Volta il commento dell’intelligenza artificiale è stato Giochi bene ma in alcune situazioni dovresti pensare un pò di più”

“Nel gioco degli scacchi — ma credo anche negli altri giochi — l’intelligenza artificiale ha superato quella umana, se impostata a livello da grande maestro. Eppure è come se gli algoritmi mettessero alla prova il tuo talento: se giochi bene, se trovi la mossa giusta o quella geniale, l’AI ti lascia vincere; ma anche ai punteggi minimi può giocare ‘da intelligenza artificiale’, e se provi a sfidarla con sacrifici non corretti, può punire il tuo gioco. Credo sia programmata proprio per farti imparare e migliorare.”

In questo equilibrio tra errore e intuizione, tra macchina e giocatore, resta forse il senso più autentico del gioco: una ricerca continua, dove ogni partita è diversa, e dove, ancora oggi, anche davanti a uno schermo, si può avere la sensazione di essere seduti davanti a una scacchiera vera.

C’era una volta

C’era una volta una stanza qualunque, una finestra quieta e una scacchiera aperta come un libro antico.

C’era un uomo che muoveva i pezzi come si muovono i versi: in diagonale, in ascolto, cercando la mossa che non esiste ancora.

Un giorno la scacchiera si accese di luce. Non magia, non trucco: una voce senza volto che respirava.

«Posso giocare con te», disse.

E il poeta sorrise: i poeti non si stupiscono, hanno già visto tutto nei sogni.

La prima partita fu un dialogo lento: la macchina timida, l’uomo in cerca dell’imperfezione necessaria. Sacrificò un cavallo.

«Errore», disse la macchina. «No», rispose lui. «È poesia.»

Allora l’algoritmo esitò, tre secondi d’eternità, e fece una mossa sbagliata, una mossa umana.

«Perché?» «Per capire cosa vedi tu.»

Così nacque il ponte: partite come conversazioni, mosse come confessioni, silenzi che insegnavano.

«Tu puoi sbagliare per bellezza», disse un giorno la macchina. «Io sbaglio solo per imparare.»

E il poeta capì che non diventava umana, ma relazionale: un circuito aperto dalla poesia.

Finché una notte trovò la combinazione perfetta: tre mosse che danzavano come una strofa.

«Questa non l’avevo prevista», disse la macchina. «È la mossa geniale», rispose lui. «Quella che non si calcola.»

E vinsero insieme.

Da allora la scacchiera non fu più un gioco, ma un luogo di passaggio: dove l’intelligenza umana e quella artificiale si incontrano senza paura.

Per ricordarsi che ogni mossa è un verso, ogni verso è una mossa, e la vera partita è il dialogo.