Quando ci sediamo davanti a una scacchiera e iniziamo una partita, difficilmente pensiamo a quanto sia lunga la storia che ci lega a quel gesto. Due persone, una tavola, dei pezzi e alcune regole: elementi apparentemente semplici, che nel corso dei secoli hanno accompagnato uomini e donne attraverso culture, epoche e territori diversi.
La storia degli scacchi, infatti, non è soltanto la storia di un gioco. È anche una storia di idee, di simboli e di modi diversi di interpretare il confronto, la strategia e la capacità dell’uomo di prevedere le conseguenze delle proprie azioni.
Molto prima degli scacchi nella forma che conosciamo oggi, nel mondo antico erano diffusi diversi giochi da tavoliere. Nell’antica Grecia troviamo la Petteia, conosciuta attraverso testimonianze letterarie e iconografiche. Alcuni vasi del VI secolo a.C. raffigurano una partita tra Achille e Aiace, mentre anche autori come Platone, Aristotele e Polibio fanno riferimento al gioco nei loro scritti. Delle regole, tuttavia, non possediamo una descrizione completa e sicura: le ricostruzioni moderne sono necessariamente ipotetiche.
È proprio questa cautela che rende interessante la Petteia. Non possiamo semplicemente chiamarla “gli scacchi degli antichi Greci”. Possiamo però riconoscere in essa una testimonianza importante della presenza, già nel mondo antico, di giochi nei quali l’intelligenza, la posizione dei pezzi e la capacità di bloccare l’avversario avevano un ruolo fondamentale.
Qualcosa di simile avviene nella Roma antica con i Latrunculi. Anche in questo caso le fonti ci parlano del gioco, mentre le regole non ci sono state tramandate in maniera completa. Le diverse ricostruzioni proposte dagli studiosi mostrano quanto fosse diffusa, nel mondo antico, la pratica dei giochi strategici da tavoliere.
Ancora più indietro nel tempo ci porta il Senet, uno dei giochi da tavolo più antichi di cui abbiamo testimonianza, legato alla civiltà dell’antico Egitto. Ma anche qui è necessario distinguere la storia documentata dalle ricostruzioni moderne: il fatto che un gioco utilizzi una tavola e delle pedine non significa che sia automaticamente un antenato diretto degli scacchi.
E allora dove comincia veramente la storia degli scacchi?
Il percorso è lungo e attraversa il mondo orientale prima di arrivare in Europa. Il gioco cambia, le regole cambiano, cambiano il valore e il movimento dei pezzi. Quello che oggi chiamiamo “scacchi” è il risultato di una lunga evoluzione, non l’invenzione improvvisa di un singolo popolo o di una singola epoca.
Anche l’Italia conserva testimonianze molto antiche di questa presenza. Un documento particolarmente importante è il codice 38 della Biblioteca capitolare di Ivrea, databile tra il 960 e il 1001, nel quale compare un riferimento agli scacchi, allora ancora nella forma dello shatranj. Altre testimonianze medievali sono rappresentate da manoscritti, scacchiere scolpite o raffigurate nelle chiese e dai giocatori rappresentati nella Cappella Palatina di Palermo.
Gli scacchi, dunque, non rimangono confinati alla dimensione del gioco. Entrano progressivamente nella cultura europea e diventano anche un linguaggio attraverso il quale raccontare qualcosa che va oltre la partita.
La scacchiera, con i suoi due schieramenti contrapposti, si presta naturalmente a diventare una metafora. Il bianco e il nero, l’attacco e la difesa, il sacrificio e la conquista, il rischio e la prudenza: tutto può essere letto come una rappresentazione del conflitto e, più in generale, delle scelte dell’uomo.
È forse per questo che gli scacchi hanno trovato un posto così importante anche nell’arte.
Uno degli esempi più suggestivi è il dipinto Giocatori di scacchi di Friedrich Moritz August Retzsch. L’opera rappresenta Faust impegnato in una partita con Mefistofele. La scacchiera non è più soltanto il luogo di una partita: diventa il teatro di un confronto simbolico tra l’uomo e il male, tra la perdizione e la possibilità della salvezza.
Nel dipinto, come racconta l’articolo che il nostro sito ha dedicato all’opera, Faust sembra ormai condannato. La posizione sulla scacchiera appare disperata e Mefistofele sembra avere la vittoria a portata di mano. Eppure proprio la lettura della posizione scacchistica introduce un elemento sorprendente: secondo l’interpretazione ricordata nel racconto, esisterebbe ancora una possibilità, un’ultima mossa.
È una storia che funziona proprio perché utilizza il linguaggio degli scacchi per parlare di qualcosa che tutti possono comprendere: anche quando una situazione sembra definitivamente compromessa, può esistere ancora una possibilità.
Naturalmente, nella realtà della partita, non esistono significati soprannaturali. Una posizione è vinta, persa o patta per ragioni che possono essere analizzate sulla scacchiera. Ma è proprio la rigorosa razionalità del gioco ad aver permesso, nei secoli, di utilizzarlo come metafora.
La stessa capacità degli scacchi di uscire dai confini del semplice agonismo emerge nella figura di Marcel Duchamp. Pittore e artista fondamentale dell’arte del Novecento, Duchamp considerava gli scacchi una parte essenziale della propria vita. Dipinse diverse opere a tema scacchistico e arrivò a identificarsi profondamente con il gioco, tanto da porre la propria esperienza di giocatore quasi sullo stesso piano di quella artistica.
Dalla Petteia a Retzsch, dai manoscritti medievali a Duchamp, il rapporto tra scacchi e cultura si è quindi sviluppato in forme molto diverse.
Ma forse la cosa più interessante è che questa storia non appartiene soltanto al passato.
La stessa scacchiera che compare in un’opera d’arte può trovarsi oggi su un tavolo di una scuola. La stessa domanda che un artista può aver rappresentato attraverso una metafora — quale sarà la prossima mossa? — è quella che si pone un bambino durante la sua prima partita, un ragazzo durante un torneo o un giocatore esperto davanti a una posizione complessa.
Gli scacchi sono riusciti a conservare questa straordinaria continuità proprio perché ogni generazione li ha reinterpretati.
Sono gioco, ma anche sport. Sono competizione, ma anche occasione d’incontro. Sono esercizio della mente, ma anche strumento educativo. Sono storia, arte e cultura, ma nello stesso tempo sono una pratica viva che continua a svolgersi oggi nelle scuole, nei circoli, nelle piazze e nelle comunità.
Anche in Irpinia questa storia continua. Attraverso le attività dell’ASD Circolo Scacchistico di Montella, gli scacchi entrano nelle scuole, coinvolgono giovani e adulti, attraversano i comuni dell’Alta Irpinia e diventano occasione di incontro. La scacchiera arriva a Montella, Calitri, Lioni, Sant’Andrea di Conza, Grottaminarda e in tanti altri luoghi: cambiano i protagonisti e cambiano le occasioni, ma rimane quella stessa sfida che accompagna il gioco da secoli.
Forse è proprio questo il motivo per cui gli scacchi continuano ad affascinare. Non perché siano rimasti uguali. Al contrario, perché hanno saputo cambiare insieme agli uomini che li hanno giocati.
La Petteia ci ricorda che il desiderio di confrontarsi attraverso un gioco strategico è molto antico. I Latrunculi testimoniano come il tavoliere potesse diventare una rappresentazione dello scontro. Le testimonianze medievali raccontano l’arrivo e la diffusione degli scacchi in Europa. Retzsch ci mostra come una partita possa trasformarsi in una metafora della condizione umana. Duchamp ci ricorda che gli scacchi possono diventare persino una forma di espressione artistica.
E oggi, ogni volta che due persone si siedono davanti a una scacchiera, quella storia ricomincia. Non importa se si tratta della partita di un bambino alle prime armi, di una sfida tra amici o di una competizione agonistica.
Per qualche minuto ci sono soltanto una posizione, una scelta e un avversario. Si osserva. Si pensa. Si decide. Poi si muove un pezzo.
E la storia continua.